sabato 1 giugno 2013

Ilva: i Riva al redde rationem

La famiglia Riva alla resa dei conti. Il Governo non decide. I lavoratori dell'Ilva sempre più sfiduciati coltivano in silenzio i loro timori. I sindacati scendono in piazza della Vittoria a Taranto. Sono un migliaio. Chiedono investimenti pubblici, invocano certezze. A voce alta. Ma è la voce della Provincia. I ragazzi del siderurgico qui non ci sono. Non credono nel sindacato. Non credono più. I Mille vanno via con i pullman schierati sul lungomare. Resta l'incertezza. L'amministratore delegato dimissionario dell'Ilva, Enrico Bondi, deposita al Riesame il ricorso contro il sequestro di beni per oltre otto miliardi disposto dal gip Patrizia Todisco. Poco convinto anche il super manager, nel ricorso non c'è traccia di motivazioni. Il procuratore Franco Sebastio comprende le preoccupazioni di chi teme che la fabbrica chiuda. Facciano un'altra legge, motteggia Sebastio e a chi gli chiede come finirà questa storia risponde laconico: con una sentenza. Nell'aria resa putrida dalle emissioni cancerogene c'è chi coglie il presagio imminente della chiusura dell'Ilva. Produzione ridotta, quadri dimissionari, i soldi dei Riva non si trovano. Resta uno spiraglio l'amministrazione straordinaria prevista dalla legge 231, il discusso decreto Salva Ilva. La invoca il garante, Vitaliano Esposito, ma ilcommissario si occuperà solo di risanamento. Le azioni della famiglia Riva, ottanta per cento dell'Ilva sono nelle mani del custode giudiziario, Mario Tagarelli. Un commercialista di Taranto, tocca a lui decidere sulle dimissioni dell'Ad e del presidente Bruno Ferrante. Poi, il commercialista Mario Tagarelli dovrà trovare i soldi per le bonifiche e per gli stipendi, il 12 giugno. Già, quali soldi e quali stipendi.

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